Pansy Parkinson si aggrappò più forte alla schiena del ragazzo. Draco Malfoy era un tipo proprio strano. Solo poche settimane prima l’aveva lasciata, senza darle una spiegazione. Qualche giorno dopo Pansy l’avevo scoperto abbracciato con lei. Quella di Grifondoro. Claire. Una Mezzosangue. Così spregevole. Così indegna di quella vittoria. E la vendetta era bruciata più viva che mai nel suo petto, in fondo al cuore, lacerato. Si era promessa che l’avrebbe ripreso, solo per sé. Ce l’aveva fatta, ma non fino in fondo. Draco le passò una mano tra i capelli, sfiorandole i fianchi con le punte delle dita. Pansy lo avvicinò a sé. La sua presa si fece più sicura, quasi spavalda. La ragazza non lo fermò. Lo lasciò fare. Il suo desiderio finalmente si stava realizzando. Una volta per tutte. Lo baciò così, come nn aveva mai fatto. Quasi da giovane donna, pronta al grande salto. Nel vuoto, giù giù. Così in fondo, nell’abisso dell’Amore, più forte di ogni altra cosa. Draco continuò a muoversi piano, sopra di lei, la sua mano si insinuava ora sotto i suoi vestiti caldi, senza chiedere il permesso. Ma in fondo sapeva che non aveva bisogno di chiederlo. Poi, pian piano, si spostò sulla cintura, poi sui bottoni dei jeans troppo stretti. Li abbassò dolcemente. Sorrise. Un simpatico draghetto esibiva una buffa smorfia, imprigionato in quelle mutandine nere. Se le ricordava. Gliele aveva prese proprio lui, l’anno prima. Il desiderio si fece più forte; Pansy si continuò a muovere, ogni attimo più felice. Era pronta. Poi accadde qualcosa. La mano del ragazzo rimase sospesa, incapace di muoversi ancora. Improvvisamente la sua voce. “Ohi, più tardi ti aspetto in riva al lago! Mi raccomando, non te lo dimenticare eh?!” E lui le aveva risposto “ Come posso dimenticarmi di te, piccola?” E invece. L’aveva scordato. Claire lo stava aspettando e non riusciva a perdonarselo. La immaginava già, seduta sull’erba inumidita dalle acque del lago; I lunghi capelli biondi, quasi dorati, scompigliati dal vento. Come era giunto a questo punto? Gran vigliacco che era. Claire l’avrebbe odiato per questo, ne era sicuro. “Draco…c’è qualcosa che non va?” La voce di Pansy lo fece tornare alla realtà. Lei era lì, immobile sotto il suo peso, che aspettava impazientemente il suo Momento. Ma quello sguardo spiegò tutto. Non sarebbe mai giunto. Non quel pomeriggio. O forse mai. “Pansy..io non posso..” mormorò il ragazzo. “Draco avanti, siamo stati insieme per un anno intero.. Lo ammetto, ognuno ha fatto i suoi sbagli, ma devi riconoscerlo. Sbagliare è umano. Lo sai che in fondo tutto ciò che è successo è stato uno sbaglio. Ma ora bisogna tornare a come era prima. Lo sai anche tu che è migliore.” “Non lo so Pansy.. Non lo so davvero..” “Io ci tengo a te.. Lo sai quanto sei importante per me” “Lo sei anche tu Pansy.. Credimi, davvero” aggiunse vedendo il suo sguardo incredulo” ma non posso continuare, non posso. Devi capirmi.” “No Draco, io non ti capisco invece.” Pansy si alzò di scatto, infilò furiosamente i pantaloni, sapendo di essere osservata. Si sistemò i capelli, nascose il viso un po’ arrossato. “Te ne pentirai Draco.” E se ne andò. Provvedendo a sbattere con cura fortemente la porta della stanza.
Draco si osservò nello specchio. Non amava Pansy, ne era certo. I suoi occhi erano normali. Ricordava quando luccicavano quando stava con Claire. Non aveva provato nulla di speciale. Anche davanti a quel desiderio, che per un attimo si era fatto sentire. Così invadente. Scese dal letto, infilò la giacca e uscì dal dormitorio, diretto al lago, sperando ancora di trovarla. Lei, la sua piccola Claire.
CAPITOLO 2. Flashback. Da piccola ho sempre odiato i flashback. Guardavo un film, ne assaporavo ogni dettaglio, ogni personaggio, ogni trama. Poi arrivava quel flashback. Di colpo. E la trama cambiava. Viaggiava indietro, alla velocità della luce. Lontano. Nel tempo. Poi, piano piano, si tornava al presente e la vicenda riprendeva il suo percorso come niente. Ma adesso non faccio che pensare al flashback della mia vita. O meglio. I ricordi. E mi ripeto “Claire, quanto sei stupida, non ci devi pensare” Penso e ripenso a quegli attimi, del passato ancora troppo fresco per poter essere cancellato. Chiudo gli occhi e la mia mente tenta di distruggermi. Senza la mia volontà mi porta lì, in quei momenti. Flashback. Una settimana fa. Sabato sera. La sua immagine compare dal nulla. Cerco di respingerla, ma è più forte. Ogni secondo si fa più nitida. Allora mi lascio andare.. Lo vedo ancora lì, sul ponte, affacciato sul lago. È riuscito a fuggire dal castello, senza farsi scoprire dai professori. E mi ha trascinato con lui, prendendomi per mano, correndo liberamente per i corridoi, poi all’aperto, sull’erba bagnata dalla pioggia. Insieme. Ridendo come pazzi. Ci siamo riparati sotto il ponte coperto. Fradici. Era una notte fredda, ma non ci abbiamo fatto caso; i corpi così vicini bastavano per tenerci un po’ al caldo. Draco mi ha baciata. Tenendomi il viso tra le mani, come piace a me. Poi, abbracciati, abbiamo passato un’ora. Forse due. O forse tre. ?!? non ricordo, comunque un sacco di tempo. A guardare il lago muoversi impetuoso sotto lo scrosciare della pioggia. Poi le sue mani mi hanno stretto più forte. Con voce fioca mi ha sussurrato. “Claire.. Non saprò mai ringraziarti per quello che hai fatto. Sei riuscita a cambiare la mia vita” Io mi sono girata e l’ho avvicinato a me, stringendolo forte. Ma forse è proprio da quella notte che le cose sono cambiate. Flashback. Tre giorni fa. In biblioteca. Mi sta guardando mentre scrivo il mio tema di trasfigurazione. Già, mi ha detto che adora farlo, che potrebbe star lì ore e ore senza stancarsi. Eppure quel giorno i suoi occhi sono diversi. Forse è solo un’impressione. Mi sarebbe piaciuto. Mi guarda, ogni tanto scorgo un sorriso. Ma la sua mente è altrove. L’ho visto un paio di volte guardarsi attorno, come se cercasse qualcuno. Ho fatto finta di niente, convincendomi di essermi sbagliata. Flashback. Ieri pomeriggio. Questo ricordo è ancora più forte, più recente. Batte ancora nel mio cuore. Un ragazzo di Corvonero ha offeso Pansy Parkinson. Draco ha preso le sue difese, di fronte a tutti. La mia migliore amica, Ginny, la mia Gin, mi ha lanciato uno sguardo furtivo. Si è accorta della mia preoccupazione. Abbiamo seguito la scena in silenzio. “In fondo non è niente” mi ha detto Gin”sono amici, Claire” Noi, sempre a cercare il meglio nelle persone. Flashback. L’ultimo. Un’ora fa. Era in ritardo di mezzora. L’ho aspettato in riva al lago, fiduciosa nel suo arrivo. Ed è arrivato, infatti. Mi è sembrato così triste. O agitato. Si è seduto accanto a me. “come mai così tardi?” gli ho chiesto, la voce fredda ma ancora calma “Punizione con la professoressa Mc Grannit” mi ha risposto guardando in basso. Siamo rimasti in silenzio. Non sapevo come. Non sapevo perché. Ma sapevo che era pronto a lanciarmi una bomba. Indistruttibile. Inalienabile. Era pronto a scoppiare. E io dovevo accettare. Qualunque cosa fosse. “Draco…” l’ho chiamato. Si è girato, mi ha guardato dritto negli occhi. Ed è lì che ho notato i suoi. Così lucidi. Rossi. Così pieni di tristezza. Paura. Forse anche rabbia. Ma con sé stesso. Poi. La bomba è giunta. Lei, che aspettavo così impazientemente. “Claire.. Ti ricordi sabato scorso?” “Si..- ho risposto con un filo di voce “Ti ho detto una cosa. Tu hai salvato la mia vita. Tu sei perfetta Claire, sei la persona più bella che potessi incontrare. Mi hai regalato momenti che non potrei mai dimenticare. Mi hai fatto tornare la voglia di vivere. Lo sai Claire?!…” Sono rimasta in silenzio, non sapendo cosa dire. Lui ha continuato. “Ora devo dirti una cosa. Perché con te ho imparato anche cos’è la sincerità. Non è vero che sono stato in punizione con la Mc Grannit…” “Dove sei stato?!” ho chiesto, sapendo comunque già cosa mi aspettava. “Ho rivisto Pansy, Claire… Così come la vedo da un’intera settimana… Ho avuto paura di dirtelo. Puoi dirmi che sono stato un vigliacco, perché avresti ragione. Hai il diritto di odiarmi, di fare ciò che vuoi. Me lo merito, lo so. Puoi dirmi quello che vuoi” Ancora una volta. Sono rimasta in silenzio. Ho trattenuto orgogliosamente le lacrime. Ma non ho parlato. No. Lui mi ha chiesto di parlare e io non l’ho fatto. Anche quella soddisfazione, no. Non c’è più bisogno di ascoltare le sue parole. “Claire.. Lo so quello che stai pensando.. Credimi, vedendola mi sono accorto che non è niente per me.. Tu non immagini neanche quanto lei sia così diversa da te, così immatura, insicura, egoista. Pensa solo a sé stessa, non sa cosa voglia dire amare qualcuno.. Non ha capito niente di me e mai lo capirà; perché l’unica che mi hai capito sei tu….” Mi sono alzata. Non volevo parlare. Non potevo ancora cedere. Qualche cosa invisibile mi ha pugnalato, sempre più forte. Il cuore spezzato in tanti piccoli frammenti. Allora ho parlato. Guardandolo negli occhi, facendomi coraggio per due, massimo tre, secondi. Ho desiderato picchiarlo, graffiarlo, fargli del male con quelle stesse mani che gli hanno salvato la vita. Ho desiderato prenderlo a schiaffi, almeno avrebbe pianto per un motivo. Ho desiderato umiliarlo, vendicarmi, ricoprirlo di insulti. Parole che solo pochi attimi prima non sarei mai riuscita a dirgli. Ma non l’ho fatto. “Non parlare di lei davanti a me.” Ho detto solo questo. E come ha fatto sempre lui con me, lasciandomi sola con me stessa, sono scappata. Senza correre, senza piangere, senza gridare. Senza estraniare il dolore e la rabbia che battevano, scalpitavano nel mio petto. Senza far niente.
E lui è rimasto lì, incapace di muoversi. Perché le parole che avrebbe voluto dirle erano “ti amo”. Ha sperato per un solo attimo di essere compreso, di essere capito. E invece, guardandola allontanarsi, ha capito solo una cosa. Che l’ha persa.